| Biografia |
Nato a Mestre il 7 ottobre del 1885, figlio di Pietro, possidente, e di Marcella Poletto, maestra elementare, è allievo di Ettore Tito all'Accademia di Belle Arti di Venezia. In gioventù partecipa, con Arturo Martini e Gino Rossi, alle esposizioni di Ca' Pesaro. Nel 1906 espone alla Mostra Internazionale di Pittura di Milano, successivamente alle Mostre di Monaco di Baviera (1913) e di San Francisco in California (1914). È inoltre presente a varie edizioni della Biennale di Brera e di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Dal 1914 al 1925 riveste l'incarico di insegnante presso l'Istituto di Belle Arti di Lucca e dal 1915 al 1955 presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si trasferisce a seguito della trasformazione dell'Istituto di Belle Arti di Lucca in Istituto d'Arte. Numerose le mostre personali e i riconoscimenti, tra i quali si ricordano il Premio al Concorso Piatti (Milano, 1924), la Medaglia d'oro della Presidenza del Senato alla Mostra Nazionale del Ritratto e quella ricevuta in occasione della Mostra Nazionale di Vasto (1964). È stato inoltre insignito della Medaglia d'oro dei Benemeriti della Cultura e dell'Arte dal Presidente della Repubblica. Nel corso della sua carriera si è dedicato in particolare alla tecnica dell'acquerello. Muore a Firenze il 1 settembre 1974. C. L. Ragghianti lo ricorda come un «divisionista aggiornato e persona signorile e schiva» (in Alfredo Meschi: opere dal 1924 al 1979, Lucca, Nuova grafica lucchese, 1979, p. 8).
Tra i contributi bibliografici a lui dedicati, segnaliamo in particolare il saggio introduttivo al catalogo della personale tenutasi a Mestre nel 1966, a firma di Mario Lucchesi, che lo definisce: «un artista solitario e apparentemente distaccato da ogni corrente, tuttavia, a modo suo, attento invece a quanto delle nuove esperienze estetiche veniva, allora, anche in Italia, a rimuovere le più inerti convenzioni naturalistiche […]. Allievo tra i migliori di Ettore Tito, ereditò da questo maestro il rispetto per la tradizione, nonché un mestiere che seppe peraltro disciplinare alle necessità di espressione, arrivando più tardi a mutuare, in modo spontaneo, certi modi interpretativi dell’impressionismo più, invero, sul piano emotivo che su quello formale» (A. M. Crepet, Mestre, Trevisanstampa, 1966).
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