| Biografia |
Nasce a Rignano sull'Arno, in provincia di Firenze, il 7 aprile 1879, da una famiglia di agiati agricoltori. Fin da giovanissimo manifesta la propria vocazione per l’arte. Nella primavera del 1983 si trasferisce a Firenze con la famiglia; alla morte del padre, è costretto a trovare un impiego presso un avvocato. Nel 1899 si iscrive all'Accademia di Belle Arti, dove è allievo del pittore Arturo Calosci, poi alla Scuola libera del Nudo. Nel novembre 1900 decide di partire alla volta di Parigi, dove per vivere collabora con alcuni giornali umoristici, realizzando vignette satiriche, figure, paesaggi e scene di vita quotidiana, e scrivendo articoli. Partecipa all'Esposizione degli "Indépendants" del 1902, 1905 e 1907 e al Salon d’Automne del 1907; entra in contatto con la rivista "La Plume" e con gli artisti simbolisti che si riuniscono al Caveau del Soleil d'Or. Qui incontra il poeta Apollinaire, quindi Picasso, Max Jacob, Salmon, Braque, Derain, Matisse, Gris, Manolo, Serge Ferat, Hélène d'Attingen. Rientrato a Firenze nel 1907, si stabilisce a Poggio a Caiano e l’anno successivo partecipa, insieme a Papini, alla creazione della nuova rivista “La Voce”, diretta da Giuseppe Prezzolini, per la quale disegna la testata e con la quale collabora regolarmente come critico d'arte. Nel 1910 organizza la grande mostra sugli impressionisti che si tiene a Firenze sotto l'egida de La Voce. Del 1911 è il saggio su Arthur Rimbaud. Con Papini, nel 1913, fonda la rivista “Lacerba”, organo ufficiale del futurismo fiorentino e partecipa alle mostre organizzate dai gruppo in Italia e all'estero. Nel 1913 pubblica Cubismo e oltre; nel 1915 "Giornale di bordo" e "Simultaneità" e "Chimismi lirici". Nel 1914, a Parigi, è in contatto con Apollinaire e l'ambiente de "Les Soirées de Paris", conosce Cendrars e i fratelli De Chirico. Allo scoppio della guerra parte volontario, dopo aver rotto definitivamente il sodalizio con i futuristi “marinettiani”. Due volte ferito, decorato al valore, ne scrive in "Kobilek", giornale di battaglia (1918), e in La ritirata del Friuli (1919). Tornato a Poggio, sposa Maria Sdrigotti di Udine, dalla quale avrà tre figli. L’esperienza della guerra lo porta a meditare sulla reale valenza delle esperienze d’avanguardia e lo spinge verso il cosiddettov“ritorno all’ordine”. Nel 1920 fonda la rivista personale "Rete mediterranea", tiene un’importante antologica a Firenze e collabora alla rivista "Valori Plastici"; per queste edizioni, 1922, una monografia sulla sua pittura con testo di Carrà. Fra le due guerre è intensa l'attività pubblicistica e numerose sono le mostre, anche alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, che lo pongono fra i protagonisti dell'arte italiana del periodo. Nel 1923-24 si trasferisce temporaneamente a Roma ed entra nella redazione del quotidiano "Nuovo Paese", poi "Corriere Italiano". Rientrato a Poggio, collabora alla rivista di Mino Maccari "Il Selvaggio" e a "L'Italiano" di Leo Longanesi. Da Hoepli, nel 1933, esce la monografia su di lui con testo di Papini. Nel 1939 è nominato Accademico d'Italia. Nel 1944 viene fermato, tradotto in carcere alle Murate di Firenze e trasferito nel campo di concentramento di Collescipoli. Tornato a Poggio nel 1946, riprende il lavoro artistico e letterario. Muore nella residenza estiva di Vittoria Apuana, frazione di Forte dei Marmi, a Lucca, il 19 agosto 1964.
Per un approfondimento sul rapporto tra Soffici e la Versilia cfr. L'estate incantata: La Versilia nelle opere di Dazzi, Carrà, Soffici, Firenze, Maschietto e Musolino, 2004. Rilevante anche il carteggio, pubblicato in più volumi da Edizioni di storia e letteratura (Roma) e Fondazione Primo Conti (Fiesole).
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